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Chiesa di San Benedetto
Sez.distaccata Museo Diocesano G. Tarantini
RELIQUIARI
 Fin dalle prime origini la Chiesa accettò e permise di venerare le reliquie dei martiri come segno di pietà cristiana verso i fratelli che avevano versato il sangue per Cristo. Se la reliquie comprende l'intero cadavere la denominazione corrente è corpus; se parte di esso, ex ossibus. Le reliquie ottenute per contatto vennero dette brandea, memoria, nomina, pignora, sanctuaria.
Varia è la foggia dei reliquiari e varia la materia adoperata nel prepararli; fin dal tempo antico si hanno reliquiari in oro, argento, bronzo, rame, piombo, cristallo, pietra, argilla, vetro, osso, avorio, legno, seta, broccato, lino. Alcuni vennero situati sotto gli altari, altri vennero esposti alla venerazione.
L'uso della traslazione e della distribuzione delle reliquie dei martiri è d'origine greca; in Roma la prima traslazione di interi corpi di martiri segnalata dal Liber Pontificalis è quella dei corpi dei martiri Primo e Feliciano che papa Teodoro (642-9) pose nella basilica di Santo Stefano in Caelio monte.
L'autenticazione di una reliquia suppone sempre una certa ricognizione che è quella attuata in forma giuridica dalla competente autorità ecclesiastica che è l'Ordinario.
Il culto con cui si onorano le reliquie è detto relativo in quanto si onora l'oggetto per la relazione che ha avuto con la persona del santo.
Tra i tesori di reliquie custoditi dalle chiese di Brindisi quello delle benedettine di Santa Maria Veterana, ora riproposto nel museo diocesano Giovanni Tarantini, per la sua attuale consistenza, segue gli altri della Pontificia Basilica Cattedrale e del santuario cittadino di Santa Maria degli Angeli.
Secondo lo storico brindisino, nel 1674,
"Nell'antico monasterio delle monache di San Benedetto, del quale si è ragionato più volte in questa istoria, ci sono molte reliquie ancora di diversi santi martiri e confessori, che si conservano dentro reliquiarij ricchissimi, le quali furono dati in dono a quelle religiose da papa Paschale secondo [1099-1118] , che consacrò la loro chiesa, e la prima abbadessa di quel monasterio".
Improbabile è il rimando al pontefice Pasquale II ma certa la fama del tesoro spirituale delle benedettine; circa un secolo prima, Giovan Battista Casmiro aveva rilevato:
In ecclesia Sanctae Mariae Virginia et monasterio monialium nigrarum ordinis Sancti Benedicti:
Caput sancti Bartholomei
Sanguis sancti Petri
Vertex Samuelis prophetae
Costa sancti Silvestri
Ossa sanctorum Innocentum
Vesta frustum Salvatoris
Ossa sancti Atanasij et sociorum
Tibia sancti Mercurij
Mentum cum duobus dentibus molaribus sanctae Apolloniae
Reliquia Sanctae Scolasticae
L'elenco del Casmiro coincide solo parzialmente con quello attuale; deve considerarsi che quattro dei reliquiari non hanno segni identificativi delle memorie dei corpi santi in essi contenuti.
I quindici reliquiari in esposizione si riferiscono:
01. San Clemente martire
Clemente di Ancira è ricordato in tutti i martirologi il 23 gennaio. Sarebbe nato in Ancira, attuale Ankara, nel 258; nominato vescovo della sua città natale vi sarebbe stato decapitato il 23 gennaio del 304.
02. San Donato vescovo 
Chierico romano, durante la persecuzione di Giuliano l'Apostata sarebbe fuggito ad Arezzo ove sarebbe stato ordinato sacerdote dal vescovo Satiro. Alla morte di questi, essendo stato designato come suo successore, sarebbe stato consacrato in Roma da papa Giulio (337-52) e martirizzato sotto lo stesso Giuliano l'Apostata. Patrono di Arezzo, viene ricordato il 7 agosto.
 03. San Dionisio Martire - San Policarpo vescovo e martire - San Porfirio Martire - Sant'Agapito martire - San Leucio vescovo - San Nicola vescovo (foto)
San Dionisio, ricordato il 9 ottobre, sarebbe stato inviato dal papa Clemente I in Gallia (89-97) dove avrebbe subito il martirio. All'inizio del IX secolo fu identificato con l'Aeropagita e il suo culto si diffuse enormemente. A Brindisi era una chiesa a lui dedicata a
San Policarpo, discepolo dell'apostolo san Giovanni e da lui ordinato vescovo di Smirne venne verso il 155 a Roma per discutere con papa Aniceto la questione quartodecimana senza però giungere a un accordo. Morì martire il 156. La chiesa di Smirne considerò le sue spoglie preziose più dell'oro e si propose di celebrarne l'anniversario sul suo sepolcro.
Difficile definire a quale dei santi martiri col nome di Porfirio sia da attribuire la reliquia.
Sant'Agapito, originario di Palestrina, morì martire all'età di 15 anni probabilmente durante la persecuzione di Diocleziano. La sua festa è registrata nei più antichi sacramentari della chiesa romana al 18 agosto.
San Leucio, monaco, originario di Alessandria d'Egitto, fu promotore dell'evangelizzazione del Salento muovendo dalla cattedra di Brindisi di cui fu vescovo fra IV e V secolo.
San Nicola, vescovo di Mira, ebbe culto vastissimo in Puglia dopo la traslazione delle sue reliquie in Bari.
04 . San Placido Martire 
Placido, con Mauro, fu discepolo di san Benedetto. Tutto ciò che si sa di loro proviene dalla Vita di San Benedetto scritta da san Gregorio Magno. Offerti come oblati al santo dai rispettivi genitori di origine patrizia, essi rimasero nel monastero di Subiaco guidati da san Benedetto, che li educò alla vita monastica. Tra gli episodi che san Gregorio racconta c'è quello del salvataggio di Placido. Questi, caduto nelle acque di un laghetto, fu raggiunto da Mauro camminando sulle acque. Sulla loro vita, al di là di varie leggende prive di fondamento storico, si può solo dire che Placido, probabilmente, visse fino alla fine della vita a Montecassino mentre Mauro sarebbe stato inviato in Francia, dove avrebbe fondato un'abbazia a Grandfeuil. Il santo è ricordato dal Martirologio Romano il 5 ottobre.
05. San Teodoro d'Amasea
 06. San Vincenzo Martire
Diacono spagnolo, fu vittima della persecuzione di Diocleziano probabilmente nel 304. Fu il più celebre, come attesta sant'Agostino, fra i martiri iberici. Furono fondati monasteri in suo onore a Mans, al Volturno, a Conques al tempo di Carlo il Calvo. Nel martirologio geronimiano è ricordato il 22 gennaio.
07. Santa Benedetta
Santa Benedetta fu martirizzata il 4 gennaio del 352 e sepolta nel cimitero di Priscilla. Nel 1752 le sue reliquie furono traslate a Monacilioni ove si conservano nella parrocchiale di Santa Maria Assunta.
08. Santa Cristina martire
Martire: questa è la notizia storicamente certa della biografia di Cristina, fino dalla più remota antichità. Solo questo appellativo emergerebbe con certezza rispetto a ogni altro devozionale e fantasioso dato biografico. Alla storicità del suo martirio. avvenuto il 24 luglio. come attesta già il più antico calendario della chiesa romana, non fanno riscontro altrettante notizie certe sull'anno della sua morte che si ritiene, per lunga tradizione, sia avvenuta dopo l'ultimo editto di Diocleziano che promulgava la pena di morte indistintamente contro tutti i cristiani ed in tutto l'impero.
09. San Pantaleone martire - Santa Petronilla martire - San Mauro - Sant'Innocenzo - San Gregorio papa - San Silvestro papa - Sant'Acendino martire - San Sebastiano martire
Pantaleone di Nicomedia, ricordato il 27 luglio. era di famiglia agiata, ricevette un'educazione classica e imparò l'arte medica. Fu chiamato ad esercitare la professione medica alla corte dell'imperatore Massimiano, dove incontrò Ermolao che lo fece convertire. Costretto ad una professione di fede pubblica, fu per questo torturato e poi decapitato.
Petronilla, ricordata il 31 maggio, fu martire certamente autentica e romana, se ne ignora tuttavia ogni notizia biografica e in quale persecuzione sia perita.
Mauro, ricordato il 15 gennaio, fu con Placido uno dei due primi discepoli di san Benedetto. Entrambi sono stati affidati alle sue cure da parte dei genitori: Equizio offre Mauro e il patrizio Tertullo Placido. L'episodio che rese Mauro celebre nella storia dell'ascetica cristiana e religiosa è quello della sua miracolosa obbedienza. Vissuto anche lui a Montecassino, ne fu eletto priore e amministratore. Numerosi monasteri, particolarmente in Francia, si sono messi sotto la sua protezione. Negli ultimi anni si dedicò solo alla preghiera e alla lettura, e a settantadue anni, dopo che una pestilenza aveva portato via molti dei suoi monaci, si ammalò e passò santamente al cielo, circa il 580.
Innocenzo, di cui è memoria il 28 luglio, originario di Albano, fu papa dal 22/12/401 al 12/03/417. Mirò a rafforzare il primato pontificio e le sue lettere hanno una grande importanza storica e dottrinale perché costituiscono il primo nucleo delle collezioni canoniche che verranno elaborate in futuro. Condannò formalmente nel concilio di Milevi, in Numidia, del 416 Pelagio e il suo discepolo Celestio. Estese la sua attività pastorale anche in Oriente, esortando la popolazione di Costantinopoli a seguire san Giovanni Crisostomo e a vivere in pace.
Gregorio (Roma 540 - 12 marzo 604), ricordato il 3 settembre, già prefetto di Roma, divenne monaco e abate del monastero di Sant'Andrea sul Celio. Eletto papa, ricevette l'ordinazione episcopale il 3 settembre 590. Nonostante la malferma salute, esplicò una multiforme e intensa attività nel governo della chiesa, nella sollecitudine caritativa, nell'azione missionaria. Autore e legislatore nel campo della liturgia e del canto sacro, elaborò un Sacramentario che porta il suo nome e costituisce il nucleo fondamentale del Messale Romano. Lasciò scritti di carattere pastorale, morale, omiletico e spirituale, che formarono intere generazioni cristiane specialmente nel Medio Evo.
Silvestro, ricordato il 31 dicembre, fu per vent'anni vescovo di Roma (314-335) e dovette affrontare le ingerenze imperiali in materia religiosa ed ecclesiastica. Ebbe un ruolo importante nella trasformazione di Roma in dizione cristiana. Organizzatore della vita ecclesiastica romana, papa Silvestro I promosse la costruzione delle prime grandi basiliche. Secondo il Liber Pontificalis, dietro preghiera del vescovo Silvestro, Costantino avrebbe fondato la basilica di San Pietro sul colle Vaticano sopra un preesistente tempio di Apollo, tumulando il corpo dell'Apostolo in un sarcofago di bronzo ciprio. Fu ancora la collaborazione tra papa Silvestro e Costantino a consentire la costruzione delle altre due importanti basiliche romane, quella in onore di San Paolo sulla via Ostiense e soprattutto quella in onore di San Giovanni. Morì nel 335.
San Sebastiano è ricordato il 20 gennaio. - Durante la persecuzione di Diocleziano, avendo il comando della prima coorte, a motivo della fede cristiana fu fatto legare ad un palo in mezzo all'accampamento e saettare dai soldati, e finalmente percuotere con bastoni, finché non morì.
Sant'Acendino martire, ricordato il 3 novembre, fu martirizzato durante la persecuzione anticristiana di Sapore II in Persia a metà del IV secolo.
10. Sant'Apollonia
Ricordata il 9 febbraio fu martirizzata durante l'impero di Filippo in Alessandria. All'anziana vergine Apollonia vennero rotti tutti i denti. Acceso un gran fuoco, fu minacciata d'essere arsa viva, se non avesse bestemmiato Gesù. Apollonia finse di acconsentire, per poi gettarsi volontariamente tra le fiamme. Era l'anno 249. Per il particolare supplizio subito, è stata scelta quale patrona dei dentisti e dei loro pazienti.
11. San Protasio - San Gervasio - San Cosimo - San Damiano
Le notizie piú antiche sui santi Gervasio e Protasio risalgono al 386, anno della invenzione dei loro corpi a Milano ad opera di sant'Ambrogio. La sera del 18 giugno le sacre spoglie furono trasportate nella vicina basilica Fausta per una veglia notturna di preghiere: il giorno seguente, venerdí 19 giugno, esse furono solennemente traslate nella basilica detta attualmente di Sant'Ambrogio, che si era appena finito di costruire, per consacrarla con questa deposizione di reliquie.
Cosma e Damiano, ricordati il 26 settembre, medici anàrgiri (gratuiti), secondo un'antica tradizione subirono il martirio a Ciro in Siria e il loro culto fu assai diffuso in tutta la chiesa fin dal sec. IV. Il 26 settembre è la probabile data della dedicazione della basilica di Roma che porta il loro nome, edificata da Felice IV (525-530).
12 - 13 - 14 - 15. Reliquiari non attualmente riferibili a Santi identificabili
IL GRANDE PRESEPE NAPOLETANO
Maestro A. Greco
 Alla III "Rassegna Internazionale del presepe nell’arte e nella tradizione", del 1998-9. Il maestro Antonio Greco di Castellamare di Stabia presentò un presepe ispirato al '700 napoletano, di grandi dimensioni, poi ulteriormente ampliato sino a essere oggi lungo cinque metri e profondo tre. Tale presepe, acquisito da International Inner Wheel, Rotary International e Associazione “Amici del Presepe” di Brindisi venne, il 28 gennaio 1998, consegnato in deposito gratuito all’allora parrocchia dei Santi Anna e Benedetto in Brindisi e, per essa, al Museo Diocesano “ Giovanni Tarantini”.
L’osteria
Il presepe, esposto nel Natale del 1999 in piazza Vittoria, trovò collocazione nella sacrestia della chiesa; riproposto nella Rassegna del 2004-5, si pensò a una ubicazione che ne rendesse più agevole la fruizione lungo tutto il corso dell’anno; d’intesa col rettore della chiesa di San Benedetto, ora non più parrocchiale, si sta provvedendo dal 31 ottobre scorso al suo restauro e rimontaggio, che si prevede di completare entro il mese di novembre, nella sala-museo del sacro edificio.
Il presepe realizzato da Greco, d’impostazione settecentesca, si inserisce nella continuità della tradizione e dell'arte presepiale napoletana. Per una esatta lettura di questo imponente allestimento, ricco di 104 figure con testine, mani e piedi in terracotta del primo ottocento e costumi ispirati a quelli in uso nel XVIII secolo, è opportuno sottolineare, per grandi linee, le caratteristiche principali del presepe napoletano soprattutto nella sua composizione scenica.
Il Presepe Napoletano, che rappresenta un documento di vita sociale, nasce dallo spirito popolare e, pertanto, rispecchia la società che l'ha prodotto e ne segue l'evoluzione storica.
È costruito in sughero, stucco, legno e muschio e gli elementi base della scenografia sono costituiti dall'annuncio, dalla grotta e dalla taverna.
Il pastore Il gentiluomo
Un cenno a parte meritano le figure che animano la scena,  rappresenta la realtà della Napoli del tempo, apparentemente spensierata e felice, sempre esuberante, in cui non manca il senso della comicità né quello del drammatico. Ci sono gli sciancati, i ciechi, gli storpi, i miserabili ai quali si contrappone la fastosità del mondo orientale espressa dalla ricchezza del corteo dei Magi.
Pastori, venditori ambulanti e contadini, paesani e cittadini, perlopiù rappresentanti del sottoproletariato, tipici nella loro gestualità completano la scenografia caratterizzata da accessori e finimenti nel fedele rispetto degli usi, costumi e prodotti tipici della terra.
Ai primi del '700 le figure, fissate attorno ad un filo di ferro -che consentiva pieghevolezza e contribuiva a dare una diversa gestualità- avevano la testa, le gambe e le braccia in legno e successivamente vennero modellate in creta con occhi di vetro. Verso la metà del XVIII secolo, le figure, sempre strutturate con il filo di ferro, vennero fasciate con stoppa che si  prestava a dare mobilità e pieghevolezza ed erano vestite con costumi tipici del contado.
Gli artigiani specializzati nel rifacimento dei costumi e dei relativi finimenti si rifacevano a stampe popolari dell'epoca (primo '700) ed impiegavano stoffe preparate per l'esatta misura delle figure che avevano una grandezza di 35-40 centimetri. I costumi stessi possono dirsi rappresentativi di quelli in uso nel regno napoletano “in occasione di nozze, battesimi e funerali” proponendo l’immagine che “Ferdinando IV volle che si avesse del cittadini del suo regno. Fu compiuta infatti tra il 1783 e il 1797, per volontà di quel re, un’operazione politico – culturale, che costò impegno a quattro pittori, a tutti i presidi di provincia e a molti amministratori locali perché dentro e fuori dal regno si avesse della popolazione che lo abitava un’immagine più decente possibile”.
Pino Simonetti, nel suo saggio sul presepe napoletano, pubblicato nel catalogo della II mostra d'arte presepiale, realizzato dalla Associazione degli Amici del Presepio di Napoli,
sottolinea che "i presepi napol  etani furono, nel fiore dei primi cento anni, sempre nelle mani dell'alta e media nobiltà e non sono divenuti mai veramente popolari: lo dimostra anche la ricchezza di alcuni piccoli accessori e finimenti in minuterie, finissime terraglie e porcellane, piccoli accessori di oro e d'argento, pietre preziose e perle; gli strumenti musicali sono arricchiti di finimenti in tartaruga e madreperla o altro materiale pregiato".
"Solo verso la fine del secolo XIX il presepe di Napoli diventerà popolare con i primi artigiani che si dedicano alla creazione di pastorini in terracotta dipinta, mentre solo pochi artisti si dedicano a modellare pastori vestiti, di buon gusto e fattura, mentre a "Forcella" molti artigiani si dedicavano allo stampo dei pastori di creta non cotta ed a santi, ma di fattura popolare e, quindi, di basso costo. In tal modo anche il popolo poteva illudersi di possedere un pastore vestito, sul modello del secolo precedente."
L'opera di Antonio Greco è stata realizzata nella rigorosa osservanza dei canoni della tradizione del presepe napoletano, sia per la scenografia sia per quanto in particolare riguarda le figure che riproducono fedelmente nei costumi, nelle posizioni caratteristiche e nella gestualità quelle tipiche del '700 napoletano.
Gran parte degli elementi del presepe realizzato da Greco sono non copie ma originali restaurati; si tratta perciò di una cessione che rende alla città una nuova componente bel suo catalogo dei beni culturali.
MADONNA DELLA NEVE
Statua in pietra locale policromata: rosso con racemi d'oro per la tunica; blu, con decorazioni anch'esse dorate, per il manto listato da una fascia di gallone con decoro a rili  evo, rappresenta la Vergine in piedi con il Bambino sulla sinistra. Aveva collocazione sul secentesco, e ora non più esistente, altar maggiore di San Benedetto fra le altre due statue, a mezzo busto, con teca-reliquiario nel petto, rappresentanti Santa Maria Egiziaca e Santa Maria Maddalena.
La statua non era comunque stata realizzata per avere quella collocazione provenendo dalla vicina chiesa di Santa Maria della Neve; qui si svolgevano riti propiziatori da parte delle donne che temevano la perdita del latte cui, peraltro, si tendeva a legare l'insorgere dell'itterizia nei neonati.
Ciò ben si accorda, come rilevò Clara Gelao, al riconoscimento nella statua di una Madonna allattante. Secondo la studiosa, essa fu realizzata da artista operante nel secondo quarto del sedicesimo secolo, orbitante nell'area di Stefano da Putignano.
La Vergine è raffigurata in piedi, nell'atto di sorreggere con entrambe le braccia il Bimbo, fasciato intorno al corpo, con la destra alla borchia che chiude il manto sopra la veste, alla ricerca del seno. La sinistra è alla labbra con l'indice che succhia avidamente, quasi sostitutivo del seno. L'umanità del Cristo è resa con atteggiamento che libera il Bambino da pesanti vesti, rigida compostezza e precoce anzianità.
La Vergine ha sul petto, visibile, un segno da riconoscere come un capezzolo; si tratta di una Madonna allattante rappresentata nel momento in cui il Bimbo affamato si appresta a suggere il latte dal seno.
Il busto della Vergine sembra ripreso da una statua antica; dai piedi alle spalle è raffrontabile con l'acefala statua di Clodia Antianilla, scoperta nel 1909, conservata nel museo provinciale di Brindisi.
Diversità rispetto a stilemi classici sono nelle braccia, le mani e la testa della Madonna oltre che nel Bambino; il suo insieme risulta dall'accostamento di una parte copiata da un modello antico e altra da modello di poco precedente o coevo all'autore.
CARTE GLORIA IN ARGENTO
I Granafei per la chiesa di S. Benedetto di Brindisi: le cartegloria di argento e la cultura napoletana.
La famiglia Granafei, secondo le fonti, giunge a Brindisi da Costantinopoli intorno agli inizi del XVI secolo. Il capostipite era negoziante di grano, da cui deriva appunto il cognome grana fert che allude alle tre spighe di grano portate nella zampa del leone rappresentato sul loro stemma. Ad avallare queste teorie esiste un atto notarile rogato dal notaio Pasquale Giaconelli nel 1790 (conservato presso l’Archivio di Stato di Brindisi e da me ritrovato) nel quale si parla della storia della famiglia Granafei nonché dell’Inventario di tutti gli oggetti sacri esistenti nella chiesa dei Padri Domenicani di Brindisi.
Ma tornando alla storia della nostra famiglia il primo componente citato dalle fonti [2] è Nicola il quale si sarebbe trasferito a Brindisi dopo l’infeudazione di Oria ai Bonifacio, dunque dopo il 1508, presumibilmente per accedere ai vantaggi provenienti dal complesso dei “benefici dei brindisini” voluti da Ferdinando d’Aragona e in seguito confermati dai veneziani e spagnoli per favorire il ripopolamento della città.
L’ascesa della famiglia a Brindisi fu molto rapida: Nicola è sindaco nel 1534 e nel 1545. Nella seconda metà del XVI secolo gli investimenti dei Granafei sono concentrati nel settore fondiario con acquisizioni significative nell’agro di Brindisi, poste ai confini con i feudi di Mesagne e Carovigno. I simboli del potere della famiglia sono rappresentati: dal Palazzo (la cui esistenza è documentata già al 1565 nelle relazioni di una santa visita), dalle numerose masserie e si completano con la cappella maggiore chiamata Tribuna eretta nella chiesa della Maddalena a Brindisi.
Tra il XVI e il XVII secolo acquisiscono il titolo di marchesi, infatti le fonti [3] indicano un altro discendente di Nicola, Giovanni, nato nel 1603 da Scipione e Orsola Salimento “della nobilissima famiglia Granafei de’ Marchesi di Carovigno” [4]. Questi entrò a far parte del clero brindisino e quando Fabio Chigi (vescovo di Nardò) fu eletto papa col nome di Alessandro VII, consapevole delle qualità di Giovanni, lo nominò vescovo di Alessano (dal 1653 al 1666). A novembre del 1666 fu nominato arcivescovo di Bari (la sua nomina durò fino al 1683). Nel 1676 pubblicò a Venezia le Costitutiones Diocesanae in cui sono gli atti del sinodo che aveva celebrato l’anno prima a Bari. Qui evidenziò subito il suo interesse per l’arte tanto da commissionare lampade e arredi sacri per la Cattedrale nonché il prezioso busto argenteo di S. Sabino [5] (fig. 1). La statua rappresenta il santo in atto di benedire con la mano destra mentre con la sinistra regge il pastorale. Le mani e il volto sono realizzati a fusione (da un modello in creta) per evidenziarne i dettagli naturalistici (le vene, i segni nel palmo della mano, i solchi della barba). Mentre il resto del busto è realizzato in argento sbalzato secondo la tecnica argentiera del tempo. Il tutto è impiantato su una ricca base ottagonale decorata da un gioco simmetrico di fiori tra volute e puttini angolari. Sempre sulla base (lato destro) c’è una plachetta con lo stemma dell’arcivescovo Giovanni Granafei (il leone rampante con le tre spighe), mentre su quella frontale c’è l’iscrizione dedicatoria: “IOES GRANAFEUS ARCHIEPISCOPUS BAREN ET CANOSINUS FIERI F. 1674”. L’argentiere che ha realizzato il busto è Andrea Finelli, come da un atto notarile stipulato a Napoli il 18 giugno 1674 e ritrovato dalla prof. Pasculli nel 1991, la quale ha trovato anche le iniziali dell’argentiere AF alla base della mitra del santo.
La committenza ecclesiastica dei Granafei è presente anche a Brindisi nella chiesa di S. Benedetto. La chiesa fondata nel 1089 aveva un monastero annesso retto da monache benedettine. Nel ‘700 una badessa della nobile famiglia Granafei era a capo del monastero e ritengo che probabilmente fu la committente delle preziose cartegloria d’argento custodite nella chiesa di S. Benedetto. Queste cartegloria, inedite, sono state oggetto di un mio studio e ho potuto rilevare i maestri argentieri che le hanno realizzate.
La più grande è di forma esagonale poggiante su piedi a volute e terminazioni lisce sulle quali sono riscontrabili i punzoni che la identificano (piede destro). E' caratterizzata da una serie di volute sbalzate che culminano con una conchiglia, che è un elemento tipicamente barocco, e una piccola coroncina apicale che fa da raccordo all'intera composizione. Lo stemma della famiglia Granafei è posto perpendicolare alla conchiglia. Esso è circondato da volute a sbalzo è sormontato da una corona e al suo interno è chiaramente identificabile un leone rampante con tre spighe di grano nelle zampe anteriori, la decorazione è eseguita a incisione. Tra le volute a sbalzo ci sono piccolissime decorazioni a squame cesellate che creano forte contrasto tra luce e ombra rendendo la composizione altamente plastica e pittorica insieme.
Sono stati individuati tre punzoni posti sul piede destro della cartagloria. Il primo è stato da me identificato come lo stemma consolare che, nonostante presenti un'abrasione nella parte superiore che non consente di leggerne la prima lettera, è composto dalle lettere DBC separate da puntini e poste a triangolo rovesciato. Questo bollo dovrebbe riferirsi al console Domenico de Blasio (console negli anni 1725, 1728, 1733, come rilevato dall'archivio di Stato di Napoli). Il suo bollo è stato trovato dagli studiosi Catello su un reliquiario, da lui stesso eseguito, appartenente alla chiesa di S. Angelo a Nilo, Napoli (ed ora conservato nel convento di S. Lorenzo Maggiore) e su alcuni oggetti di uso profano in raccolta privata. Il secondo bollo è composto dalle lettere ADR disposte a piramide e separate da puntini. Il bollo è da me identificato con l'argentiere Antonio de Rosa, il cui punzone è stato scoperto dai Catello su un servizio per scrivere marcato NAP 751 e può assegnarsi con tutta probabilità al maestro del quale si hanno notizie d'archivio per questi anni. Il terzo punzone è NAP 733 e indica che l'oggetto è stato realizzato a Napoli nel 1733. Sul lato destro dei punzoni c'è la saggiatura dell'argento (costituita da una doppia zigrinatura) eseguita a Napoli per constatare la reale percentuale di argento utilizzata per la realizzazione dell'oggetto; ciò garantiva l’alta qualità dello stesso.
La prammatica LVII “De Monetis” emanata il 19 agosto 1690 dal viceré conte di S. Estevan (e in vigore fino all’abolizione delle corporazioni degli orefici volute da Gioacchino Murat nel 1808), segnò una tappa importante nelle vicende della punzonatura degli argenti napoletani. Nella prammatica si legge che “i lavori devono essere di once 10 d’argento di coppella e once 2 di lega per ogni libra e debbano quei marcarsi con tre marchi cioè uno con nome e cognome dell’argentiere che fa il lavoro, l’altro del console di quell’anno nel quale si è fatto detto lavoro, e l’altro della Strada degli Orefici, contenente una corona e sotto di essa il millesimo, i quali marchi si dovranno fare in presenza e bottega del console annuale”.
A partire dall’anno 1700 e per tutta la durata del bollo corporativo, le iniziali della città vengono rappresentate dalle prime tre lettere e il millesimo dalle ultime tre cifre o, meno frequentemente, è segnato per intero. Anche il disegno della corona (specialmente nei suoi 5 elementi terminali) varia spesso, e ciò non solo in punzoni di anni diversi ma anche in quelli di uno stesso anno.
Le due cartegloria piccole sono di forma pentagonale poggiante su piedi a volute e terminazioni lisce, sulle quali è riscontrabile il punzone che le identifica (piede sinistro). Sono caratterizzate da una serie di volute sbalzate e "riccioli" che ricordano le decorazioni marmoree di Domenico Antonio Vaccaro (cfr. gli altari laterali della chiesa di S. Giacomo a Bari). Tra le volute a sbalzo ci sono piccolissime decorazioni cesellate che creano forte contrasto tra luce e ombra, rendendo la composizione plastica e pittorica.
E' stato da me individuato un unico punzone ripetuto tre volte sul piede sinistro delle cartegloria. E' composto da tre lettere D.A C e tra la D e la A c'è un piccolo giglio stilizzato. E' il bollo del console Diodato Avitabile che esercitò la sua attività nel 1735 e nel 1741. Il suo bollo è stato trovato, per il primo anno, sul reliquiario di Santo Stefano nella Cattedrale di Caiazzo. Il punzone consolare del maestro riappare poi sulle grandi torciere lavorate da Filippo del Giudice nel 1744 per la cappella del Tesoro di S. Gennaro, e su una navicella in raccolta privata recante il camerale del 1751.
La realizzazione di questi preziosi manufatti nonché la loro peculiarità rispecchiano appieno la cultura napoletana del ‘700 che si diffonde in tutto il Regno di Napoli a testimonianza dei continui rapporti economici e culturali tra la “provincia” e la capitale.
NOTE BIBLIOGRAFICHE
La presente relazione è un abstract del saggio pubblicato negli Atti della “Giornata di studio per la Puglia” (Bari, 25 maggio 2007), Schena Editore, in corso di stampa.
G. Carito, Brindisi. Nuova Guida, Edizioni Prima, Oria 1993
P. Camassa, Guida di Brindisi, Brindisi 1897
R. Jurlaro, Storia e cultura dei monumenti brindisini, Brindisi 1976
M. Pasculli Ferrara, Due patroni per la città di Bari: il San Sabino di Andrea Finelli (1674) e il San Nicola di Giovanni Corsi (1794), in C. G. Argan, Storia dell’Arte, n. 71, La nuova Italia Editrice, Roma 1991
E. e C. Catello, I marchi dell’argenteria napoletana dal XV al XIX secolo, Franco Di Mauro Editore, Napoli 1996
E. e C. Catello, Argenti napoletani dal XVI al XIX secolo, Edizioni d’Arte Giannini, Napoli 1973
CARTEGLORIA IN ARGENTO
di Antonio de Rosa 1733
 Chiesa di S. Benedetto, Cartagloria in argento di Antonio de Rosa 1733,
Brindisi. Chiesa di S. Benedetto, Cartagloria in argento di Antonio de Rosa 1733
Bolli Corporativi
Brindisi. Chiesa di S. Benedetto, Cartagloria in argento di Diodato Avitabile
Brindisi. Chiesa di S. Benedetto, Cartagloria in argento di Diodato Avitabile.
Relazione presentata il 25 maggio 2007 in occasione della Giornata di Studio sulla Puglia
CAMPANA DEL XVI sec.
Già della chiesa di Sant'Anna, porta la scritta del maestro Bartolomeo fonditore.
+DUM PRIOR HIC MATHEUS ERAT NOS CONDIDIT AMBAS:
+SET NOS PRESBITERI MANUS EGIT BARTOLOMEI
Custodita nel museo diocesano G.Tarantini, sede centrale, Brindisi.
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Foto Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici
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Pagina creata il 10/08/2007 |